di Maria Cristina Cabani
Il martirio di ortigia è il terzo elemento di un trittico che comprende due precedenti raccolte di poesie (Vers.es 2004 e sulla via di Genoard 2007) composte da Elena Salibra nell’arco di un decennio: un decennio particolare, perché il primo di un nuovo millennio. Se in Vers.es il Capodanno 2000, posto in esordio, segnalava insieme l’inizio di un’ epoca e del poetare, in Genoard componimenti come a.a. 2004-2005 e, di nuovo, un 31 dicembre collocavano la scrittura in un tempo definito. Nel martirio di ortigia, a differenza della attenta e minuta cronologia interna delle due precedenti raccolte, i segnali temporali si fanno meno insistenti e meno determinati. All’andamento quasi diaristico, o comunque sequenziaIe, subentra una disposizione sincronica dei testi. Anche sui grandi tempi, infatti, il martirio di ortigia, pur senza tradire del tutto la maniera precedente, porta delle novità. Al passato (l’infanzia, la casa rosa, Ortigia) che si alternava all’oggi in molti testi di Vers.es e di Genoard subentra il presente; alla Sicilia dell’infanzia luoghi esotici e reali mete di viaggio (il Marocco, i paesi nordici, la Turchia… ), ma sempre trasfigurati in luoghi mitici e in viaggi nell’interiorità. La Sicilia – e proprio la Ortigia dell’infanzia -, solo apparentemente rimossa, campeggia però nel titolo, un titolo di cui rende ragione il primo gruppo di testi, intitolato appunto trittico per il martirio di ortigia. Definita con un termine tecnico di tipo pittorico, questa prima breve sezionecomposta in realtà di quattro componimenti – chiarisce che il titolo dell’intera raccolta allude a un quadro, un quadro che, dopo un recente restauro, è nuovamente tornato a occupare l”‘angolo in ombra della sala”. Il restauro ha messo in luce un seicentesco Martirio di Sant’Erasmo che Elena Salibra nella finzione poetica immagina di Caravaggio, il pittore in fuga dell’ultimo dei quattro testi (congedo). In essi il sintagma martirio d’ortigia costituisce una specie di leit-motiv, con varianti come mistero di ortigia e consolante martirio. Se il martirio del santo eviscerato porta con sé l’idea di un dolore profondo, che è anche del pittore in fuga e dell’autrice stessa, esule dalla Sicilia, l’ossimoro consolante martirio ritrova nella sofferenza della fuga un senso di confortante serenità. Il quadro è l’emblema di quel trionfo dello spazio sul tempo che contraddistingue quest’ultima raccolta: uno spazio vuoto sulla parete, uno spazio dipinto, fotogrammi di luoghi visti e di immagini che possono evocare il senso del martirio (il dolce inferno della conceria in Marocco), frammenti di luoghi e di vita vissuta, di momenti divenuti eterni. Non a caso, anche la penultima sezione (dopo i giorni di tobia) prende il titolo da un quadro, Il sogno di Tobia di Giorgio De Chirico, a sancire che il taglio ‘visivo’ è la nota distintiva dell’intera raccolta. Un quadro enigmatico, densamente simbolico: l’episodio biblico di Tobia che guarisce il padre dalla cecità ponendogli il fegato di un pesce sugli occhi e la parola arcana “aidel” (legata forse etimologicamente all’idea di non vedere) che vi appare in primo piano alludono al motivo della rivelazione. Una rivelazione che ha consentito al pittore metafisico di conquistare una nuova visione del mondo e delle cose. L’evocazione del quadro e dell’episodio scritturale lascia capire che anche l’autrice, attraverso la fuga e il martirio, ha raggiunto un nuovo modo di vedere e comprendere il reale e l’invisibile.
La poesia di Elena Salibra non ha mai rinunciato – e per certi aspetti questa nuova raccolta lo conferma – a un profondo equilibrio tonaI e, che evita scientemente accenti estremi – drammatici, gravi, patetici – anche quando, con apparente leggerezza, affronta i grandi temi dell’ esistenza. Da un lato, infatti, una attenta ricerca formale compone e tiene a freno gli eccessi sentimentali, dall’ altro una visione ‘ironica’ (nel senso di distaccata) e un atteggiamento sostanzialmente positivo, cioè di sincero attaccamento alle cose del mondo e alla vita, attenuano ogni forma di reazione immediata: pianto, grido, insofferenza, disperazione (o felicità). Esemplari, al riguardo, le poesie che compongono la sezione finale, significativamente intitolata storielle. Numerate a partire da s zero fino a sette, queste nugae traggono occasione da situazioni minimali, frammenti di vita vissuta, sensazioni epidermiche (,’lasciai sul kleenex il disegno delle labbra / quando zanzara-tigre mi ronzavi / intorno”), piccoli piaceri quotidiani (“preparavi il nettare per me siculo / sommelier”), apparenti inezie che in realtà adombrano “ardori spenti”, “buchi del cuore”, ‘rese’ e presagi di morte: ora il respiro / s’allenta come una rete smessa. / sei in attesa di infilare la porta stretta. L’appendice formata dalle ingannevoli storielle appare tanto più significativa se si considera che essa si giustappone, quasi a contemperarli, a tre testi eccezionalmente ‘gravi’ e in apparenza conclusivi, come, oltre al citato dopo i giorni di tobia, dal sapore biblico, il congedo e non ti chiedo venia e – recente acquisto – in fila. Quest’ultimo, prendendo spunto da un necrologio, quasi un funesto benvenuto all’approdo nel porto della sulfurea isola di Lipari, si chiude con l’accenno ad un “imbocco scuro”, una “soglia” che non si può non passare. Direi che nelle poesie di ortigia l’attenuarsi del tempo cronologico ha lasciato spazio alla percezione di un tempo assoluto o della fine del tempo. La morte serpeggia in quest’ultima raccolta: la morte di un collega di al capolinea, quel funerale nel quartiere di San Marco, il “toc” del tempo svelto di conviviale, il verso finale dell’ultima poesia “da vivente” (il funerale di [...]). Una nuova consapevolezza, totalmente laica, che tuttavia non incide più di tanto su quella quotidianità, fattualità e, direi quasi, corporeità che contraddistinguono tutta la poesia di Elena Salibra.
Alcuni testi del martirio di ortigia documentano più di altri una inedita forma di sperimentazione dello spazio poetico. Se già in Vers.es e soprattutto in Genoard Elena Salibra giocava anche sull’aspetto visivo delle sue poesie, sull’ordinamento inconsueto dei versi, sulle alternanze di tondi e corsivi, di vuoti e di pieni, sui collegamenti intertestuali, in una sorta di poesia figurata, in questa nuova raccolta la riflessione sullo spazio dà vita ad alcuni componimenti affascinanti come d’un mm e quel movimento, nei quali lo spazio ridotto e bianco della tovaglia o della pagina ingigantisce e riempie di significato, quasi in un piccolo teatro, spostamenti minimali, distanze brevissime (“una posata spostata [d'un mm]“) e, nello stesso tempo, incolmabili: «tutto spostato d’un tanto / nei miei versi / d’un tempo d’un senso d’un dove [ ... ] e negli spazi laterali un vuoto”.
La poesia di Elena Salibra prevede sempre un destinatario, un tu. Lungi dal presentarsi come dialogica, essa sembra piuttosto il prodotto di un colloquio interiore in cui il tu (dietro al quale si intuiscono talvolta figure umane definite) sfuma spesso in un altro sé (“anche un bicchiere diviso fra me e me”), cioè in un animato monologo. Nello stesso tempo, la presenza costante del tu lascia trapelare una forte ansia comunicativa, la necessità di un altro da sé (o un altro sé) negli itinerari di un’ esplorazione poetica ed esistenziale giunta alla sua piena maturità.
